Al via il Vinitaly, tra divisioni, campanilismi e assenze a rimetterci è l'immagine del vino trentino
Il Trentino? Occupa strategicamente il Padiglione 3 che mette in risalto le chicche di una quarantina di aziende. Cantine quasi tutte di stampo cooperativistico, in quanto i vignaioli disertano da anni lo spazio allestito dal Consorzio Vini, e imbastiscono i loro banchetti degustativi nella variegata area gestita dalla Fivi la federazione vignaioli indipendenti

VERONA. La politica - quella con la ‘p’ maggiormente roboante - s’avventa sul vino, Vinitaly trasformato in un summit governativo come mai era capitato assistere. Un Consiglio dei Ministri variato in un eno/eco evento, con brindisi osannanti. Chissà se questa apoteosi vinaria riuscirà a trovare soluzioni alla complessità congiunturale - flessione dei consumi vinari attorno il 7% -che attualmente coinvolge pure il settore del vino Made in Italy.
Ministri che impugnano bicchieri, declamano progetti enologici al pari di una plateale degustazione tra principianti sommelier. Un turbinio - è proprio il caso di dire - partito l’altro giorno in Franciacorta, per un meeting ministeriale che ha visto la partecipazione di una quarantina di ministri di altrettanti Paesi. Tutti a ribadire l’urgenza di trovare nuove vie viticole per superare calo consumi, ma specialmente per interpretare il futuro della vite tra cambiamento climatico e ricambio generazionale. Mettendo quasi in sordina gli echi dei conflitti bellici, compreso quello scatenato dall’Iran.
Passerella politica dunque, partita in Franciacorta e proseguita nella città scaligera. Il via con la preview del sabato, con OperaWine, 131 cantine selezionate da Wine Spectator ( solo 2 le trentine: Ferrari e San Leonardo), poi da oggi, in apertura, incursioni di politici cadenzate ma costanti nei quattro giorni della kermesse. La presidente Meloni arriverà il lunedì, coadiuvata da una schiera di alte cariche istituzionali, praticamente tutte di stampo governativo.
Tutti cercheranno di dare risposte alla crisi socioeconomica del settore enologico. Puntano i riflettori sui consumatori del domani. Anzitutto la Generazione Z, la più osservata e sicuramente più attenta, curiosa, difficilmente credulona. GenZ che in gran parte ha scordato l’importanza di bere vino per rispettare tradizioni familiari o di stampo regionalistico. Si beve altro, magari ‘beveroni’ senza alcol. E quando la scelta cade sul vino, si opta per quelli erroneamente chiamati ‘naturali’ - il vino non è naturale, ma è il frutto della cultura dell’uomo - presentati da aziende che puntano prettamente sulla spontaneità enologica. In tutti i sensi.
E ancora: i noalcol, quelli a base di frutta, ma anche vini con bottiglie tappate a vite, tra etichette sempre più accattivanti. E una miriade di ‘promoter’, tanti PR che osannano vini in base a quanto le cantine sono disposte a spendere per una comunicazione ancora troppo vincolata a tanti messaggi "copia incolla".
Vino italiano che vale 14 miliardi di euro alla produzione e quasi 8 di export, con 530mila aziende, 900 mila lavoratori, messaggero di tante colture oltre che di aspetti culturali.
Prodotti blasonati, ottenuti spesso con il lavoro di schiere di immigrati, extracomunitari e persone raramente considerate da certe organizzazioni politiche, anche tra quelle governative oggi in passerella. Viticoltori per necessità forzata, curano l’uva con dedizione pur sapendo che molti non assaggeranno neppure il vino, per scelta rispettosa della loro fede religiosa. Lavoro però decisivo per i risultati enoici, impegno troppo spesso dimenticato.
Vino che attirerà 12 milioni di enoturisti, per un fatturato che sfiorerà - nelle previsioni 2024 - oltre 2 miliardi e mezzo.
Tutte le regioni sono mobilitate, un fermento paragonabile a quello dei mosti autunnali, rilanciato dal brusio dei visitatori tra i padiglioni fieristici. E il Trentino? Occupa strategicamente il Padiglione 3 che mette in risalto le chicche di una quarantina di aziende. Cantine quasi tutte di stampo cooperativistico, in quanto i vignaioli disertano da anni lo spazio allestito dal Consorzio Vini, e imbastiscono i loro banchetti degustativi nella variegata area gestita dalla FIVI la federazione vignaioli indipendenti. Diversità di scelte promozionali, contrapposizioni spesso di stampo campanilistico - difficile stabilire chi abbia ragione - e tutta una serie di celate ripicche. Col risultato he ci rimette l’immagine del vino trentino. Proprio così.
In ogni caso gli organismi di tutela continuano a supportare il settore. Nel P3 troneggiano cantine con un marchio d’assoluto valore. Dei veri enocolossi, Ferrari, Cavit e Mezzocorona, leader pure in campo nazionale, per fatturati e capillare diffusione dei loro vini legati al Trentino. Con il Trentodoc sempre sugli scudi. 68 aziende aderenti al Istituto di tutela, pronte a rilanciare nuove elaborazioni, con un mercato che premia senza alcun dubbio le ‘bollicine di montagna’. In ogni l’export vinoso è sui 445 milioni di euro, in leggero aumento rispetto anni scorsi.
Appena spalancati i cancelli fieristici, anche nel P3 si nota qualche ‘defezione’. Mancano cantine del calibro dei Moser, pure Dorigati, Corvee, Letrari, San Leonardo, Maso Martis senza contare la schiera dei vignaioli più veraci. Rimangono però nel padiglione Pojer&Sandri, pure Pravis e qualche cantina che ha deciso di essere ubiqua: stand al 3 e pure alla FIVI.
Le novità? Difficile scriverle ora, di buon mattino.
Grande il restyling di molte etichette - Mezzacorona, Rotaliana, le più appariscenti - e prime sboccature per gli spumanti millesimati. Come il Pisoni 1852 Trentodoc 2020, gran bella beva e un timbro distintivo che ricalca la bravura di questa storica cantina della valle dei laghi.
Nella stessa zona viene presentato stamane - tra le anteprime del Gambero Rosso e nell’ambito della mega degustazione di tutti i Tre Bicchieri 2023 - anche il nuovo Trentodoc di Pravis, che sull’etichetta campeggia la scritta Arial: schietto, fragrante, con il tocco gentile delle produttrici, le sorelle Erika e Giulia Pedrini, donne del vino che gestiscono l’azienda con Alessio e Silvio Chistè, responsabili dei vigneti, 4 giovani che da pochi mesi sono diventati titolari, cambio generazionale tra i rispettivi padri fondatori- Domenico Pedrini e Gianni Chistè.
Doveroso però elencare anche gli spazi che nel padiglione trentino occupano diverse associazioni. Quello dell’Istituto Grappa, ma anche le Strade del Vino e dei Sapori del Trentino, Fondazione Edmund Mach, Istituto TrentoDoc, Trentino Marketing, Consorzio Turistico Piana Rotaliana Königsberg, Strada dei Formaggi delle Dolomiti, Strada della Mela e dei Sapori delle Valli di Non e di Sole. Con tutte le strutture pronte ad incontrare - evento previsto per martedì prossimo- fino a 60 buyer da tutto il mondo












